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Non posso dire che ascolto un genere
musicale... non avrebbe senso...voglio
ascoltare tutto... voglio che per ogni
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colonna sonora... la mattina mi sveglio
con una canzone in testa, la ascolto e
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QUELLA DI CHIUNQUE
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AVERE PER IL FUTURO E' ME STESSO...

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UN PASTICHE E' UN BUON
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SE DI QUI PASSATE E
DOVUNQUE ANDIATE
DOMANDATEVI SE E
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NON NASCONDETEVI
DIETRO AD UN NOME!
CONTINUATE AD ALI
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PASSIONI E A MOLTIPLI
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LA VERA VITA E' UNA POESIA
CHE NON NECESSITA DI FRON
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DI SENSIBILITA' A FENOMENI E
NOUMENI...

LA FANTASIA E' IL SOLO LUOGO
METAFISICO DOVE L'UOMO CREA
E NON SOLO TRASFORMA...

QUANDO SI PARLA DI
FUTURO, SIGNIFICA CHE IL PRESENTE
E' GIA' UN PO' TROPPO VUOTO...

SE NON ESISTESSERO I PEGGIORI
NON ESISTEREBBERO I MIGLIORI

A VOLTE NON BISOGNA TROVARE
IL MIGLIOR METODO PER FARE QUALCOSA
BENSI' QUELLO CHE OFFRE LA SFIDA
PIU' ECCITANTE E COSTRUTTIVA


 

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25 agosto 2008

Viaggio in Cina->Acqua

Tracannai l’ultimo bicchiere della giornata, osservando il liquido incolore scendere giù dall’alto bicchiere al mio palato sussultante.

Dal fondo tondeggiante di esso potevo osservare disteso sul mio letto la variopinta cartina cinese, l’azzurro chiaro dell’Oceano Pacifico e rivoli dei grandi fiumi inquinati.

Ricordai il primo lungo ponte sul fiume di Shanghai e le torme di gru meccaniche che caricavano container sulle barche limose.

-Come si chiama questo fiume?- chiesi ad ‘Alberto’ (questa la traduzione del suo nome), per cominciare una conversazione.

- Huangpu- mi disse sorridente.

Tornai a voltare lo sguardo sulla distesa infinita, ripetendomi il nome.

E’ da relativamente poco tempo che apprezzo l’acqua pura e semplice, bevendone in grandi quantità.

Alle tavolate ieri come ai tempi della gita, quando sul piano circolare roteavano le bevande, arpionavo subito la birra (in quel caso SNOW), ignorando completamente l’acqua.

E così facevamo tutti, ovunque.

Se si mangiava nei Fast Food, lanciavamo nei vasi delle piante inamidate i cubetti di ghiaccio, temendo spiacevoli fastidi all’intestino.

Quando lungo i canali di Suzhou, sul vaporetto, vedemmo la nostra guida aprire il finestrino e tuffare lo straccio nei luridi flutti per poi lavare con una passata veloce l’interno dell’imbarcazione non potemmo che ridere sotto i baffi e scattare foto.

Quando subito dopo si lavò la nuca ed il viso e ci sorrise senza capire, una parte di me lo guardò attonito, l’altra continuò a ridere. Un’altra scena esotica da raccontare nelle tavole imbandite per destare un po’ di interesse tra gli amici con la bocca piena?

Per il resto, saltavo a piè pari le pozzanghere, mi riparavo dalle fresche pioggerelline acide, giravo con ampio margine attorno ai pozzi a cielo aperto.

Guardandomi indietro non potevo dire di conoscere l’acqua cinese, l’elemento vitale.

 

Un sabato sera, in preda alla sbornia, mi sono addormentato sul tavolo mentre stavo parlando, per poi rigettare e mettere in crisi tutti i festanti commensali, che si sono da subito adoperati per facilitarmi il ritorno a casa.

La mattina dopo, per rispettare gli impegni presi e dimostrare le mie buone intenzioni, sono sceso assieme a mio padre alla centrale idroelettrica di Alesso, un maestoso complesso che sfrutta le numerose chiuse e dighe sparse per il territorio carnico che prosciugano i fiumi, ma forniscono energia durante i picchi di consumo.

L’imponente ingresso, che penetrava all’interno della boscosa montagna destò in me una sgradevole sensazione di già visto.

Ricordai il caro vecchio Metropolis di Fritz Lang e le scene visionarie all’interno dei sotterranei, la centrale produttiva della città.




Ripulita dalla sua vena ieratica, con quella punta di razionalismo che tanto piaceva negli anni ’50, il portone non poteva non trasmettere l’idea di controllo, di dominio dell’Homo Faber sulla natura, dell’uomo sull’uomo.

Nella zona esterna della Centrale i grossi cavi trasportavano l’elettricità ai condensatori, che man mano la suddividono alle diverse linee dei cavi di alta tensione. Da quella posizione privilegiata potevo vedere il disperdersi dei pali tra le vallate, figli nati da una stessa madre e poi dati in pasto al mondo.

Dall’interno era possibile controllare gli impianti, scegliere quanta corrente produrre e come dosare l’arrivo dell’acqua.

Percorrendo un infinito corridoio a curve con i cavi isolati ad un lato, i neon sopra la testa e la sensazione di oppressione in corpo la guida ci spiegava sereno le caratteristiche dell’isolante, il procedimento della posa in opera ed altre informazioni che non fecero altro che accrescere la mia nausea.

In quei lunghi cavi rossi scorreva la linfa vitale della nostra società, percettibile solo attraverso un persistente ronzio.

Giungemmo alla sala principale: grandi macchinari, manopole consunte e mosaici vanagloriosi: il tempio posticcio inneggiava alla grande dea dell’energia, della morte e della distruzione: la defunta SADE.

Due giorni fa un anziano mi ha parlato del clima che si respirava tra gli adepti dell’azienda nei giorni in cui si costruiva la grande rete idroelettrica, della mancanza di controlli, del desiderio di forzare la mano, di giocare con l’acqua e il cemento pasticciando con la vita di interi paesi.

In una sala silenziosa e scura una grossa cavità circondata da ringhiere arrugginite ospitava la falda all’interno della montagna. La pozza d’acqua che si intravedeva in fondo quieta disegnava riflessi sulle pareti di pietra umide. Provavo una sensazione di tranquillità mista a tensione: era come trovarsi in fondo ad un immensa grotta naturale, lontani dal mondo civilizzato e ritrovarsi improvvisamente circondanti da costruzioni misteriose ed imponenti, appartenenti ad un’altra civiltà.

Il rumore continuo del girante attraverso cui passava l’acqua diveniva assordante nella sala turbine, dove si poteva vedere l’albero d’acciaio ruotare a folle velocità.

Notai che nell’intero complesso non era possibile vedere la potenza dell’acqua ma solo le dirette conseguenze. Essa era celata dal lavoro a cui era costretta, un’energia nascosta e quasi incalcolabile.

Tornai a pensare alla Cina, al prodotto interno lordo, alle tonnellate di container e di prodotti che invadono il nostro paese. Dietro a questi numeri, a queste quantità, a questi oggetti si trovava un’energia incalcolabile, di cui potevamo vedere solo le dirette conseguenze: il popolo cinese, il vero elemento vitale della nazione.

Ad oggi la manodopera viene utilizzata in grandi fabbriche inquinanti, nella costruzione di grandi opere, nella sorveglianza del paese: come l’acqua di un immenso fiume viene incanalata, controllata, razionata.

Il ritmo dell’apparecchio mi ricordava quello di un immensa folla che marcia.

Ma cosa succederebbe, mi chiesi, se ad ogni singola goccia d’acqua fosse lasciata libertà di scelta?

Mi tornò in mente il corollario di pensieri in riva al Lago Balaton, come fosse diverso essere una particella d’acqua in mezzo alle altre o una che si frange sugli scogli.

Come sarebbe diverso essere un cinese che lotta per vivere dietro ad una barricata o ad una trincea, invece che ad un banco di lavoro.

Mi sembra quasi di sentire l’eco di un boato remoto (ma non troppo), il cedere delle dighe, l’incedere della rabbia, il suo irrompere, come una piena, in ogni angolo della nostra vita, lasciando tutto sconquassato.

Lo scenario non può che essere incerto ed infausto. La mente assennata quivi non vaga alla ricerca delle sorgenti ancora pure di una ormai stantia Repubblica di Weimar, non vi è la stessa tensione carica di aspettative nell’aria… piuttosto il progressivo soffocare nella bruttezza del consumo, nella desolazione del materialismo che come un’onda anomala travolge e rinnova le diverse forme della nostra inconsistenza.


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24 luglio 2008

Viaggio in Cina->Automatismi

Uscii dalla questura. Aprii il cellulare e le mie dita attivarono senza sforzo mentale la rubrica. Squillai a mio padre. Feci suonare una sola volta, come faccio di solito, poi, tenendo l’orecchio poggiato sullo schermo blu, il mio dito cercò e trovò il tasto rosso per terminare la chiamata.
Quando mio padre mi richiamò gli risposi.
Gli spiegai che non avevano accettato la richiesta per i passaporti perché mancava l’autenticazione della foto. Lui tastò nella sua mente, alla ricerca di qualche discorso riciclato, per trovare la momentanea soluzione al problema. Poi mi salutò: “Mandi, Ciao.”
Fu proprio questo saluto a lasciarmi basito.
Perché vedete, “Mandi, Ciao” è il saluto che mio padre dedica ad ogni cliente. Compresi che in quel momento a parlargli non era stato suo figlio, sceso fino ad Udine inutilmente per consentire le vacanze a tutti, ma una frazione della sua giornata impegnativa, un’area del cervello affaccendata a dare risposte mentre il resto della mente si dedicava a cose ben più pressanti.
L’episodio è stata solo la conferma di un’idea che mi sono fatto da molto tempo: al lavoro e dopo una giornata stancante, mio padre è un’altra persona. A cui non si può affidare le proprie parole sperando in una risposta sensata.
Non è una colpa l’essersi infilato giorno dopo giorno nel suo ruolo, accettandone le regole. Ma ditemi, voi accettereste per il benessere della famiglia di essere un’altra persona 11 ore al giorno?
Domanda ancora più pressante: come vivreste la vostra identità se questa fosse contraria agli ideali della società in cui vivete?
Abbiamo già affrontato il tema della devianza, in modo superficiale. Ciò su cui ora vorrei riflettere è il rapporto del deviante con la sua stessa mente.
Ho cercato di testimoniare a mio modo la tragedia del Sichuan, senza però parlare di un risvolto molto interessante, ispiratomi da un articolo di Li Datong: “L’Antieroe Cinese” apparso su Internazionale 751.
I racconti di eroismo si sono sprecati dopo il sisma, adulti che fanno da scudo alle macerie per proteggere i bambini, volontari, persone comuni che si gettano dentro un edificio pericolante per salvare una vita.
Ma ha fatto altrettanto scalpore la storia di Fan Meizhong, un insegnante che alle prime scosse si è precipitato fuori dalla Scuola urlando “Terremoto” e lasciando gli alunni terrorizzati nell’aula.
Fortunatamente l’edificio era abbastanza resistente e i bambini ne sono usciti incolumi.
L’insegnante è stato al centro di moltissime critiche, a partire dalle autorità del Partito Comunista Cinese che dal 1949 cercano di inculcare la morale dell’eroe: obbediente, pronto a sacrificarsi per il bene comune, fedele al popolo.
E’ chiaro però che gli automatismi non hanno funzionato a dovere. In Cina, il senso di comunità tipico delle civiltà orientali comincia a vacillare sotto i duri colpi dell’individualismo occidentale.
Si comincia a profilare la schizofrenia della società, la dissonanza cognitiva tra ciò che vogliamo fare e ciò che invece ci impone la cultura dominante.
In fondo dove sta scritto che un insegnante è responsabile della vita degli alunni?
“Sono le convinzioni e i pregiudizi” dice Slavoj Zizek “che determinano il modo in cui percepiamo la realtà e interveniamo su di essa”.
Convinzioni, pregiudizi e automatismi: il primo passo verso la vecchiaia, verso la rigidezza mentale.
Tutti quanti abbiamo delle prassi quotidiane, che ci consentono di non sovraccaricare la mente.
Gli stessi bambini dell’asilo nido avevano il loro posto e il loro bavaglino.
In fondo avere delle pratiche oggettivamente positive non ci rende persone migliori?
Occorre però che dietro alle nostre pratiche vi sia una riflessione di fondo, una capacità di rileggere i propri comportamenti e soprattutto che il peso della cultura sia inferiore a quello della nostra individualità.
Insomma saper elencare e riflettere sui propri automatismi consente di capire dove sbagliamo, ad esempio nel rapporto con gli altri: quando una persona ci parla e noi cominciamo a commentare “Davvero” o “Ah bello” prima che abbia finito il suo discorso, dimostriamo un totale disinteresse per ciò che sta dicendo. Cominciare a dire le stesse cose ogni volta che qualcuno domanda come stiamo, pretendere lo stesso bicchiere quando mangiamo… ho come la sensazione che tutte queste abitudini un giorno mi condurranno sulla panchina a parlare del tempo con un mio simile, o meglio a scambiare le stesse identiche frasi e battute sul tempo in scontata concatenazione.
Trasformare l’intera comunicazione umana in una sfilza di luoghi comuni. A volte è una malattia precoce, a volte endemica.

Forse è una sorta di destino collettivo, legato all’anzianità. Forse.

Nella cultura cinese è automatico sputare per strada, mangiare a bocca piena e ruttare rumorosamente. Selvaggi?
Nella nostra cultura viene sempre più automatico gettare le carte per terra, votare malavitosi, temere il diverso, non pagare le tasse…

La struttura, attraverso vari mezzi, impone alcuni automatismi per scopi di lucro o di controllo.

Abbiamo parlato dei capelli lunghi in Cina, del ruolo dello studente/figlio, in seguito parleremo della religione ma allo stesso modo avremmo potuto discutere sul senso del velo in Iran, su come l’autoritarismo si radica fino a divenire automatismo nella società.
Concludendo, a combattere contro gli automatismi degli individui fin dall’inizio, dovrebbero essere le persone con maggiore apertura mentale, le persone più colte e progressiste. Questo ruolo spetterebbe agli insegnanti. Sempre più spesso però l’insegnante è a sua volta vittima di automatismi. Ci troviamo in una sorta di collo di bottiglia, in cui le persone veramente libere si riducono vertiginosamente e non riescono più a trasmettere questa libertà alle nuove generazioni.
Come dice Gayatri Spivak il suo compito come insegnante indiana è “ridefinire i desideri”.
E’ quindi ovvio che è proprio l’insegnante il primo responsabile della vita degli alunni e il suo “fuggire via”, metaforico o meno, dimostra che non ha ben compreso l’importanza del suo compito.

 


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24 luglio 2008

Viaggio in Cina->Controllati e Controllori

Ho uno strano rapporto con i dipendenti delle corriere.
Penso gli autisti sappiano che non pago un biglietto da molto tempo: loro in fondo devono solo ignorarmi.
Ma i controllori, che perlomeno a vista, mi conoscevano come l’impeccabile ragazzo che rinnovava il suo abbonamento scolastico regolarmente, cosa diranno di me?
Ogni tanto sono stato pizzicato in qualche sedile posteriore e ho subito porto la mia carta d’identità, con serenità e determinazione, conscio del mio errore.
A volte, per puro sfizio, ho comprato un biglietto e non l’ho timbrato per lungo tempo.
Col tempo ho elaborato molte tecniche per non finire mai multato e devo ammetterlo: alcune sono davvero fini e ben cogitate, frutto di lunghe riflessioni fatte guardando il vuoto.
In questo genere di attività vi sono momenti davvero godibili, di quelli che ti fanno dire che il gioco vale la candela,  tipo quando all’ultima fermata scendi e fai un lungo sospiro di sollievo: un’altra volta ce l’hai fatta… un’altra volta hai risparmiato 4 euro e 40.
Poi ci sono i momenti di tachicardia prima delle fermate, lo sbirciare attento, la prontezza a nascondersi dietro i sedili. Oppure quando il pericolo è passato e puoi di nuovo sprofondare nella lettura.
Ogni giorno sei circondato da persone “oneste”, ma fai di tutto per non sfigurare, tieni un comportamento gentile e all’occorrenza ti sposti per far sedere all’interno una signora anziana, meglio non dire in giro che lo fai per essere pronto allo scatto in caso salgano personaggi sgraditi.
Ma perché, mi domando nelle giornate di battaglia morale, io contravvengo alle regole del vivere civile e salgo metodicamente a gratis sulle corriere?
Mi sono, a onor del vero, dato tutte le motivazioni del mondo: protesta contro il costo del biglietto, necessità del viaggio e mancanza di patente, incapacità a far quadrare il mio piccolo bilancio col pagamento del biglietto.
In realtà questo genere di devianza non ha un particolare senso, diviene un’abitudine. Ci si corrompe perché non si accetta il sistema attuale, per convenienza personale, ma anche perché gli eventi hanno generato in noi un’indole, una mentalità ben definita.
Questa mentalità è in interazione con l’ambiente: se comprendo che è la “giornata dei controlli”, io stesso mi adeguo, acquisto il biglietto e diligentemente lo timbro; conosco le linee preferenziali, svolgo ricerche.
La devianza è terribilmente creativa; una forma di adattamento continua.
Essa non è buona o cattiva, giusta o sbagliata: è semplicemente diversa dalla maggioranza, inversamente proporzionale ai rapporti di forza e per questo perseguita dal potere costituito.
In fondo il deviante è una persona comprensibile perché segue il suo pensiero, contravvenendo ciò che in qualche modo non ritiene giusto ed adatto alla sua persona all’interno del sistema in cui vive.
Non vi è necessariamente uno scopo finale nel deviare: seppure venga anelato il cambiamento, come già detto, l’atto ha senso già di per sé.

Su Omega la legge era superiore a qualsiasi cosa e chiunque. Conosciuta o sconosciuta, sacra o profana, la legge governava le azioni di tutti i cittadini, dai più miserabili ai più altolocati. Senza la legge non sarebbero potuti esistere i privilegi per quelli che avevano fatto la legge. Quindi la legge era assolutamente necessaria. Senza leggi, Omega sarebbe precipitato in un caos inimmaginabile. E l’anarchia avrebbe significato la fine della società su Omega. In particolare sarebbe stata la fine dei vecchi cittadini che erano saliti alle cariche di governo e che formavano la classe dirigente. Quindi la legge era indispensabile. Omega però era una società di criminali, composta cioè esclusivamente da individui che avevano infranto le leggi della Terra, una società in cui un criminale era re, il delitto veniva ammirato e citato ad esempio, una deviazione aveva valore a seconda del successo che procurava.
La legge deve essere contemporaneamente infranta e rispettata. Quelli che non la infrangono non riescono mai a salire di rango: Normalmente, dato che mancano d’iniziativa per sopravvivere, vengono eliminati in una maniera o nell’altra.
Per quelli che infrangono la legge, la situazione è leggermente diversa. La legge punisce con assoluta severità, a meno che essi non riescano ad evitare la pena.

Il giudice tacque per qualche secondo, e quando riprese a parlare la sua voce si era fatta più grave. L’uomo esemplare di Omega è l’individuo che capisce la legge, ne apprezza la necessità, conosce le pene per le infrazioni, vìola le regole…e vince. Questo è il criminale ideale, l’Omegano perfetto.

                                                                                         da Gli Orrori di Omega - Robert Sheckley


I controllori invece, sono proprio figure che non capisco.
Innanzitutto, perché hanno scelto un lavoro così squallido? Pura convenienza personale?
Al di là di questo, le poche volte che mi hanno beccato mi hanno fatto la multa minima, 14 euro lisci lisci che compensano solo in parte il monte di debiti che avrei nei confronti dell’azienda.
Perché non sferrare il colpo da 40? Perché non correggermi una volta per tutte, rieducarmi col duro peso della sanzione?
Forse in realtà giochiamo entrambi lo stesso gioco… solo che non lo sappiamo. A loro in realtà non può interessare più di tanto dell’azienda (perdipiù scozzese)… siamo solo due individui, uno da una parte della barricata e l’altro a contrastarlo, divisi dalle vicissitudini ma cordiali amici in un modo informale fatto di sguardi e di battute.
E’ un po’ la sindrome da Tom e Jerry, Pat Garrett e Billy The Kid, solo che la fase del lieto fine e dell’allegra merenda insieme è posticipata a data da definirsi.

Mi richiamo a questa situazione per definire i rapporti di potere tra controllori e controllati in Cina.
Come in tutti gli autoritarismi, la sorveglianza sulla popolazione non si può definire costante, quanto garantita.
Il potere ha in questo caso acquisito una struttura gerarchica burocraticamente unidirezionale: il cittadino trova di fronte a sé un muro di leggi che gli impedisce di difendere veramente i suoi diritti attraverso canali convenzionali, mentre al contempo gli “intoccabili” trovano vie preferenziali per realizzare tutto ciò che desiderano.
A garantire l’inviolabilità delle mura, il mantenimento di questa divisione in “caste”, vi sono ovviamente le forze militari.
Un sistema a scarsa fiducia come quello propugnato dalle società autoritarie deve delegare il potere ad un’eterna catena di controllati e controllori, un’uniformità di pensiero e di azione dettate dalla disciplina marziale. Entra qui in gioco la rigida subordinazione dettata dal Partito.
Ma allora che differenza c’è tra il buon controllore, la dinamica che si è venuta a creare tra lui e me e il crudele commissario politico?
Il primo è all’interno di un sistema che offre elasticità nell’applicazione delle regole, mentre l’altro è schiacciato da ogni parte da persone che gli impongono di essere implacabile, di dare l’esempio.
Per la sua stessa salvaguardia egli deve seguire alla lettera la disciplina e, per necessità umana, provvedere a rendere il suo lavoro il più sopportabile possibile.
La personalità autoritaria proposta da Adorno è proprio questa, servizievole con i superiori e spietata con gli inferiori; essa stessa in fondo vittima.
In questo sistema di forze non possono che generarsi da entrambe le parti sadismo e odio.
Pare inoltre ovvio che le pressioni attorno al deviante provengono da ogni direzione, dalla società civile stessa.
Ma anche nelle sue forme più blande vivere da dissidente in Cina è soprattutto un fatto di arguzia. Un modo di vivere che uno si sceglie. Come non pagare le corriere.

Per dovere di cronaca riporto un fatto avvenuto sulla tratta Udine-Carnia. Conscio che la domenica, all’altezza delle Onoranze Funebri sale sempre il controllore ho debitamente acquistato un biglietto fino a Tolmezzo alla fermata precedente. Ma quando l’addetto ha cominciato a controllare i titoli di viaggio ho notato che tutti gli anziani non avevano timbrato, facendo finta di niente: “Credevo bastasse comprarlo”. Per ben sette volte il controllore è dovuto tornare indietro fino all’obliteratrice senza proferire parola per vidimare i biglietti degli sbadati.
C’è un’altra fondamentale caratteristica della devianza: è contagiosa!
Se deviare diviene sistematico, allora il sistema è già deviato.


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4 luglio 2008

Viaggio in Cina->Fuori dal Nido

Ogni stagione ha i suoi martiri, le sue vittime innocenti.

In questo periodo capita che un’orecchio attento s’avveda di un pigolare sordo ed insistente, ripetuto allo sfinimento da qualche parte nelle vicinanze.

Osservando bene non si potrà non notare un esserino che ci fissa sconsolato, associando ingenuamente ogni nostro movimento alla presenza della mamma.

Nel particolare oggi, ben due uccellini, in 2 occasioni distinte, sono apparsi sulla mia strada.

Immaginate cosa può significare, paragonandolo al vissuto umano, precipitare da un idilliaco nido pascoliano per ritrovarsi soli, affamati, disperati in una terra che non comprendiamo più, che disconosciamo… una terra che abbiamo conosciuto nella sua brutalità tutta gravitazionale, venirci incontro precipitosamente, come una vecchia zia desiderosa del nostro contatto, una di quelle entità appiccicaticce che non ci consentono di staccarci più e ci fanno vedere tutto il resto come lontano ed irraggiungibile.

Il nostro unico modo per rapportarci al mondo è aprire la bocca e sperare che qualcuno ci nutra e possiamo urlare tutte le nostre paure e timori con un unico verso stentato, ripetitivo.

La totale fiducia concessami fin da subito, non per simpatia particolare immagino, da quell’essere spennacchiato, quel suo spalancare la bocca istintivo mi ha ricordato i bambini che imboccavo all’asilo nido, il loro fissare vacuo da un’altra parte, il masticare svogliato.

Rispetto ad essi, a guardare le reazioni dell’esserino all’inserimento di mosche spezzettate (ahimè, crudele catena alimentare), mi pareva ch’egli preferisse il gesto scenico piuttosto che il risultato annesso, vedi non morire di fame.

In quel momento immaginai di prenderlo sotto la mia ala conducendolo in un luogo in cui il fato e la selezione naturale e sociale non fossero le discriminanti di una vita riuscita. Un luogo in cui trovare tutto l’affetto del mondo, lontano da globalizzazione, crisi energetiche, inflazioni... vivere dimentichi del mondo, immersi nella felicità terrena.

Il nido della famiglia, elevato a castello impenetrabile.

Non è un po’ quello che vorremmo fare tutti con i nostri cari? E così come quando, bambini, creavamo un piccolo annidamento protetto con le coperte, vorremmo fare lo stesso con un abbraccio stretto, irriguardosi del tempo e dello spazio.

Strinsi l’uccellino, immaginando la sua vita senza ali, per sempre frapposto tra le mie calde mani.

 

Mi chiedo cosa possa significare essere figlio unico in Cina. Dover spaziare tra le forti radici della famiglia che ti vogliono ancorato e protetto e le ali richieste dalla società per elevarsi sopra tutti.

Un eterno senso di colpa, tra genitori abbandonati e necessità di protezione.

Saltellare come un equilibrista che sfila la corrente e riposa sotto ai tetti nei giorni di bufera.

Il ragazzo cinese, sul quale la famiglia punta tutto, è una figura davvero umoristica.

Tutto nella sua vita è incentrato su di lui… a seconda dello strato sociale questo si può facilmente notare… il bimbo può far tutto, indicare ciò che gli verrà comprato, o anche defecare in mezzo alla strada. Il bambino è l’elevazione delle speranze… per sempre primogenito, ma purtroppo spesso destinato a seguire strade traverse per riuscire. Se fallirà nella scuola per lui sarà già pronto un posto da militare.

Elevata all’ennesima potenza la competizione non resta spazio per personalismi. Il figlio è unico non in quanto persona, ma in quanto corpo… in quanto proiezione delle nostre ambizioni.

Al contempo diviene il boia della nostra vecchiaia, quando ci lascerà in mezzo ad una strada, noi stessi dimentichi del mondo a smerigliare coltelli, in una notte di file interminabili di lampioni.

Eppure ignaro, quando parla della sua famiglia abbassa gli occhi con rispetto… si rende conto del peso che debbono portare le sue ossa cave, un aquilone che sia dal vento sia dal bimbo eccitato dal giocattolo, viene sballotato qua e là.

E che dire di quando, un sisma nel Sichuan, dilania mille nidi?

Che dire di quando l’urlo, ripetitivo e ormai lontano, di mille uccelli abbandonati risuonerà nelle rovine del giorno?

In quanti lo ignoreranno?


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28 giugno 2008

Viaggio in Cina->Sessualità

E così rieccomi. Ho vissuto un intenso periodo all'asilo nido, che si può riassumere con una bambina di 2 anni che gioca con la mia ciabatta e mi sorride, ma solo perchè quella è stata la summa delle sensazioni positive da me provate, una specie di surrogato di solletico al cervello che mi ha fatto viaggiare lontano con la mente e con il cuore.
Una sensazione così rabbrividente con i disabili del CSRE in cui sto svolgendo tirocinio ora, non l'ho ancora provata.
Potrebbe forse rapportarsi a quello che comunemente definiamo orgasmo, pur non avendone fisiologicamente le caratteristiche. Il mio intento odierno non è quello di mettere in piazza quel brandello di intimità e pudore che ancora oggi perlomeno per pantomina manteniamo, pari ad una foglia di fico che svolazza tra i venti della voluttà e della tentazione.
Piuttosto potrei dire che desidero parlare di un argomento a me ben poco caro e chiaro, con le parole di un analista piuttosto che con quelle di un aficionado. Se fino ad ora ho parlato della vita e del viaggio con amore di conoscitore, ora m'affaccio ad un mondo a me pressoché sconosciuto con gli occhi dello scienziato vuoto d'esperienza ma, per una volta, desideroso di scoprire.

Comincerò riflettendo sul significato di disabilità, ossia pecca di abilità... se è vero che siamo tutti in parte disabili, che significato ha la parola normalità? Che senso ha stabilire che è disabile colui che non è in grado di badare a se stesso quando aumenta il numero di coloro che non riescono a vivere senza badante?

In questi giorni ho accertato alcune mie disabilità, ho riempito molte lacune e ho ripreso in mano il significato di elasticità mentale.
Forse allora si potrebbe dire che disabili sono coloro che non hanno abbastanza elasticità mentale o possibilità per comprendere che devono cambiare per migliorarsi.
Davanti allo scenario di folle disabili che mi si pone in questo momento trovo che l'unica soluzione possibile sia un grande contenimento collettivo, una specie di "Dall'Altra Parte del Cancello" in cui la rieducazione prenda il posto del consumismo.
Mi rendo conto della deriva dittatoriale che prenderebbe il mondo tra le mie mani, se non fossi una persona che preferisce sognare mondi perfetti e riformare quello "reale" pettinando fili d'erba.

Ad ogni modo ho in qualche modo introdotto ammodo gli argomenti di cui moderatamente tratterò.

I "disabili" ronzano come api attorno ad un fiore che la società non gli concede di avere... spesso mi paiono addirittura falene che cercano di abbracciare la fiamma di una candela che risponde dando in escandescenze.
E loro occhieggiano da dietro un sorriso più che genuino, trasformano un contatto nell'occasione per essere felici, il nostro ascolto nella possibilità di farci un complimento.
Il loro impeto, soffocato dagli psicofarmaci, dall'abitudine al rifiuto, un tempo era forse il più intenso di tutti i desideri. Una specie di celebrazione della normalità, di urlo di liberazione. Inascoltato.

Le operatrici hanno ormai fatto il callo alle loro moine stereotipate, al loro tracciare con la mano lungo le gambe o i fianchi, arabeschi di possibili passioni... rispondono con rifiuti altisonanti e stridenti, senza un minimo di pietà, come il frantumarsi di uno specchio di illusioni in mille frammenti accusatori che obbligano a rifissare lo sguardo sulla propria inadeguatezza.

E quando ho intravisto qualche concessione al sogno non era altro che un baloccare innocuo, una specie di copione volontariamente mal recitato da entrambe le parti.

Anse del corpo, come porti di mare in cui riposare l'animo, parevano divenuti freddi angoli di un monotono gioco ad incastri senza più segreti, un passatempo insensato.

Ma in quella coppia sul divano che vede nella placidità di un braccio fermo attorno alla spalla, la più grande delle intimità, in una mano molle sul ginocchio il più profondo dei possessi ritrovo il bacio sulla guancia dei giochi dei miei bambini, il dichiararsi fidanzati e poi arrossire quando a parlarne è il tono ufficiale di un adulto (o meglio di un educatore).

Poi penso alle ragazze che, anche se disabili, si innamorano perdutamente e si immergono in sogni così zuccherosi da lasciare l'amaro in bocca quando finiscono, appoggiate ad un muro a fissare senza pudore l'oggetto delle loro attenzioni, scosse da brividi e da paranoie, alla ricerca di un confidente...
Ancora una volta, dopo tanto tempo, ho ricoperto questo ruolo iniquo, una specie di tramite tra la dura realtà e la loro percezione del mondo che, come quella di tutte le persone innamorate, ne è davvero discosta.

Ogni tanto reputo questa ingiusta repressione o questa ingiustizia repressa, una specie di pentola a pressione, senza valvole di sfogo di alcuna sorta, la rappresentazione vivida della legge del più forte e il CSRE come una specie di patria dei reietti, come quegli animali che nei documentari sulla savana divengono puntini all'orizzonte dopo la sconfitta con il nuovo capobranco.

Immagino che sia lo stesso se per arrivarvi si percorre una cupa strada di tristezza e solitudine oppure si utilizzi il pulmino della Cooperativa.

Oppure, con quelle stesse sensazioni di rabbia, con quelle ferite gocciolanti a disegnare sul manto del tuo orgoglio macchie indelebili, giungere ad un paese lontano in cui il sesso è un'espressione repressa e censurata dell'essere umano.

Come reagire ad un luogo senza cartelloni pubblicitari che risveglino i tuoi ormoni stravolti, in cui la biancheria intima non si può concedere forme piccanti, le studentesse girano tutte impettite e la discoteca è l'unico luogo in cui è possibile esternare i propri istinti?

In Cina non si può baciare nessuno per strada e se si è con qualcun'altro in una stanza in un luogo pubblico bisogna tenere aperta la porta. Quelli della mia età non girano mano nella mano ma si guardano da dormitori diversi, magari quando mettono ad asciugare i vestiti.

Gira la leggenda di qualcuno che è riuscito ad entrare nell'altro dormitorio, si dice sia cugino diretto dell'Uomo Invisibile ed imparentato con Babbo Natale.

I fidanzatini ufficiali non sono visti di buon occhio, a quell'età bisogna pensare a studiare e a trovare un buon lavoro... e la maggiorparte la pensa così, cammina dritto per la sua strada, tanto non avrebbe la possibilità di fare molto altro.

Cosa può significare essere omosessuale a Suzhou? Dover stare dietro ad un tavolino, con un piccolo esercito di bicchieri pieni di superalcolici da offrire ai ragazzini che vorranno avvicinarsi al suo presidio, oppure in mezzo ad una pista a gridare dentro all'orecchio di un altro se "vuole ballare con lui"...

O che dire della ragazzina che si getta tra le braccia di tutti, concentra in una sera le fatiche della settimana e le mescola con la frustrazione, una specie di cocktail esplosivo che ho visto girare a velocità pazzesca sulla pista, lanciandosi infine su Denis per poi farsi strappare via da un ragazzo abbastanza iroso.

E infine le prostitute, poco pretenziose, celano il loro mestiere con una vetrina da parrucchiera (a Praga parevano invece fioraie)... in una realtà simile il loro ruolo è indispensabile. Considerate le condizioni igieniche generali e lo scarso uso dei contraccettivi purtroppo, paiono più a dei pozzi del desiderio, come quelli già descritti in queste pagine. Poverette.

Trovo che il regime cinese, o forse la stessa cultura, abbiano formato una generazione di disabili sessuali, persone represse che non sono in grado di vivere con serenità una componente importante dell'uomo medio.

La rivoluzione sessuale svedese, poi trasmessasi in parte anche nel resto d'Europa e del mondo, ha modificato totalmente i costumi dei ragazzi e delle ragazze (nonché futuri adulti).
E da quella rivoluzione sono nate tante cose, alcune giuste, alcune sbagliate.

Sta di fatto che ogni forma di repressione (formale e non) genera scontento e un sistema giusto deve trovare delle risposte adatte. Per quanto riguarda i disabili avrei giusto un'idea su come organizzare le visite di piacere.











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9 maggio 2008

Viaggio in Cina->Il giardino degli infiniti sentieri o gli infiniti giardini del sentiero

[CAPITOLO 1]
Una grossa fetta del tempo che ho passato nella terra di mezzo, come ho già accennato, è stato dedicato alla visita di Giardini, passione del Sud Est cinese.
Cascate annoiate, foreste di bonsai (contornate cadauna da vasi spartani), statue con grosse fauci spalancate. Il mio animo si trascinava lungo le scalette alla sola ricerca di una pallida solitudine.
E così temporeggiavo, tenendomi distante dalla folla che in pochi giorni mi aveva eletto a suo rappresentante, inquadrando con la fotocamera cornici di rami e invisibili fenici, portatrici della mia salvezza. Fu allora che, risalendo nel silenzio una scala accostata ad un muro mi ritrovai su di un altura. Da quel punto voltandomi potevo osservare le spalle concave di alcuni turisti oriundi dalle vesti sgargianti, intenti in una discussione pressoché inutile al mio occhio distante, distaccato e dittatoriale. Ma ciò che in realtà attraeva la mia attenzione era la parete d'ottusa pietra grigio-scura davanti a me.
M'aspettavo di vedere in essa una continuità, che due sottili lembi di cemento le privavano, rendendola meno simile al mio attuale stereotipo di zona invalicabile.
Compresi con uno sguardo più attento che ciò che avevo a prima occhiata scambiato per due semplice imperfezioni simmetriche erano in realtà due angoli ben definiti e che davanti a me lo sterile muro era già divenuto un ingresso celato all'ignoto.
Feci qualche passo avanti, penetrando in quella fetta di muro centrale, ingannevolmente scambiabile per un nudo limite di muschio abbarbicato.
Svoltai a sinistra, nello stretto sentiero murato, notando con una punta di disappunto che la sua larghezza corrispondeva esattamente a quella delle mie spalle. Se altri me m'avessero potuto accompagnare, avrebbero potuto procedere solo in fila indiana, rendendo la mia comunicazione con loro più simile al silenzio (che poi era ciò che mi aveva condotto fin lì) piuttosto che ad una negoziazione volta a ricavarsi spazio mentale e fisico.
Ciò che appunto percepivo mancasse in quel luogo, capitatomi addosso e oramai assestatosi, era lo spazio. Già da tempo le distese muschiose verticali avevano ceduto il posto ad alberi accondiscendenti, che lasciavano filtrare qua e là sprazzi di confortante vuoto pieno di auspici al di là delle loro folte chiome violacee.
Il luogo cambiò ancora, con la qualità caleidoscopica di ciò che più facilmente dimentichiamo.
Attraversai nuovi vicoli intarsiati di cunicoli che sfociavano in altri ancora più intricati.
Compresi d'essermi perso e più volte ritrovato, di aver girato attorno ad un cerchio imperfetto che rendeva vano il desiderio di tornare al punto di partenza, per re-impossessarsi perlomeno di una certezza.
L'aria umida era divenuta gradualmente secca, stordente, impura. E lo scroscio delle foglie dal colore venoso sotto di me, cominciava a fare da contrappasso allo sciabordio stanco che sentivo lungo tutto il corpo.
Arrampicai scale apparse dal nulla, discesi tra corridoi immersi nelle tenebre, spesso annaspavo cercando tra le rovine dei vicoli ciechi crollati e ancora odorosi di calce fresca, un pezzetto di verità o magari qualcosa da mangiare.
Seppur stanco non provavo il desiderio di fermarmi, la mente affaticata dal fardello mentale della razionalità trascinava fisicamente le gambe che, a loro volta affaticate dal fardello fisico della mente, la sostenevano.

[CAPITOLO 2]

Chiusi il cancello verde e osservai il giardino, i lillà titillati dal vento, la violenza cromatica delle viole, la rosa rosa, i gerani ingerenti all'insensatezza dei Nontiscordardimè (pari solo a quella dei "Ciameremopersempre") posti proprio lungo gli scalini, indifesi e vulnerabili, la clemente Clematis sospingeva grazie al vento una Campanula come ad annunciare lutto mentre il Garofano di un vivo rosso cartapestoso si metteva esso stesso all'occhiello per l'occasione, il Papavero rimproverava con fare paterno dall'alto di un aiuola Begonia e Petunia perchè facessero silenzio.
E il silenzio già c'era, non v'era bisogno di andarlo a cercare, l'alta betulla da cui avevo osservato l'ultima foglia librarsi come una bandiera stinta dal gelo del polo sud, in una delle "diapositive carniche"  di quest'autunno s'era di nuovo ricoperta di un manto verde e simultaneamente fremente, come un pubblico agitato che saluta su di una grossa barca ondeggiata dal vento. A qualche metro da terra potevo notare la doppia asse che per qualche tempo avevo spacciato a me e agli altri come "Casetta sull'Albero D.O.C."
Sotto di me, il primo degli orticelli, apparentemente ordinato e vuoto, ma chiaramente vivo e intricato sotto la superficie di terriccio.
Pensando alla vita lì nascosta che solo il tempo avrebbe rivelato, forse semplicemente nascondendo tutta quella terra polverosa sotto ad un grosso tappeto di prato, o magari abbassando un pochino la Terra, di modo da lasciare intravedere la pianta già matura, cominciai a piangere.
Sapevo bene che il vero motivo del pianto non era la vita del pomodoro russo (la cui crescita non dà adito a dubbi sulla sua innata salute) quanto quella dell'autrice del labirinto di terra, o meglio di tutti i miei labirinti.
Scavai a fondo in queste sensazioni fino ad asportarne la radice colposa e polposa, ancora pulsante come un cuore stanco di nascondersi.
La mia distanza da Lei, il mio Spazio, di nuovo riapparso in tutta la sua pesantezza di orizzonti larghi quanto i sogni, legata al Tempo presente e futuro stavano tutte in quell'immenso arzigogolato giardino. E per colmarla non avrei potuto far altro che continuare a coltivare, a costruire, a sperimentare, a ridisegnare l'opera.

[CAPITOLO 3]
"Percorrendo le vie della grande città Suzhou e i suoi giardini, le sue strade d'avorio mi penetrano negli occhi, trascorrono mansuetamente i pomeriggi con me, mentre procedo nella lunga scrittura del Labirinto. Realizzo che la lunga e faticosa strada che mi ha portato fino a qui non è stata altro che un labirintico percorso verso il Labirinto. Ogni piega che il pennello prende nel disegnare con precisione ogni ideogramma di ogni pagina è una voluta di fumo nella sigaretta di T., è la forma che avrà la sua mano quando accarezzerà il volto di una ragazza, è il passo falso che lo farà precipitare da un dirupo. E ciò che mi appresto a rappresentare è, a onor del vero, l'infinito, inconciliabile, inconsueto mosaico della sua vita, delle sue molteplici vite... anche di quella in cui sarò io la sua pedina... e queste stesse autoreferenziali, incomprensibili parole saranno scritte dalle sue mani, piuttosto che dalle mie..."                                                                                                                       Ts'ui Pen




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24 aprile 2008

Viaggio in Cina->Anziani

La carriera universitaria che ho intrapreso mi ha consentito, qualche tempo fa, di frequentare una casa di riposo e lavorarvi. In questo modo ho potuto carpire qualche segreto in più su quella misteriosa e inesplorata terra che è la vecchiaia. Alla perenne ricerca di qualcosa ho visto ombre di vita trascinarsi da una stanza all'altra, per ore i loro occhi fissavano il vuoto nascosti dalle volute di fumo o si intrattenevano in giochi ai miei occhi futili. Privati della loro casa, della possibilità e quindi della voglia di fare qualcosa di costruttivo gli anziani si ritirano in malinconiche isole di solitudine, in cui volteggiano dall'alto di una poltrona sbiadita, afferrando con le loro mani grassocce un sonno che gli sfugge. In questo ambiente ben poco salubre ho cercato di prestare aiuto ma soprattutto ascolto e mentre mi venivano ripetuti sommessamente desideri proibiti di ritorni a casa, di morte e abbandono mi sono tornati alla mente i giorni della Cina.
Là la società non mette da parte i suoi membri come avviene qui, ma spreme come arance da succo i cittadini fino a non lasciare che un informe maschera di rughe sdentata, abbandonata sulla strada da figli ambiziosi.
Nella scuola in cui eravamo ospiti, un esercito di vecchietti ripuliva umilmente il giardino utilizzando carriole scalcagnate e zappe arrugginite.
Totalmente ignorati dagli studenti svolgevano il loro lavoro senza sosta... tutto il giorno.
Guardando tutto questo, i loro sorrisi al mio passaggio, come quelli di schiavi che sperano di ingraziarsi uno sconosciuto, sentivo che qualcosa strideva... ma il senso di estraniamento era tale che non riuscivo, in quel momento esatto, a provare qualcosa...
Lungo le strade altri di quel popolo di abbandonati, affacendati attorno ad una stuoia, disposti a vendere anche l'anima... oppure



a raccattare le monetine lanciate dai turisti per buon auspicio...
Ho visto con questi occhi il rametto indugiare tra le crepe delle piastrelle... ho visto la mano contorta, gli occhi tristi e mi è parso di vedere un albero nodoso e spaventato, agitarsi per riprendersi le sue foglie ormai irrimediabilmente cadute a causa dell'autunno.
E ancora, negli sguardi dei passanti, nel mio sguardo, non ho visto pietà... ho visto solo un gruppo di ragazzini scattare foto divertiti... ho visto che ero in mezzo a loro...

"Non so se durante il Fuckin' Trip ti avevo parlato della brutta sensazione che mi coglieva quando mi trovavo circondato da turisti fotografanti, scalpitanti, distratti... quello non è visitare un posto è fare foto ricordo... è come se uno vivesse già nel futuro e si immaginasse di mostrare agli amici quelle foto... dimentica di vivere il presente. I turisti elevano tutto questo all'ennesima potenza..."

Così scrivevo tempo fa ad un mio amico e mi chiedo... che cosa si prova nello scattare una foto simile? Leggendo i resoconti di coloro che hanno scattato le foto più famose e shockanti dello scorso secolo, comincio a pormi delle domande a proposito delle foto.
Mi domando se la vita di questa anziana, come quella di tutti gli altri in quel paese oramai distante da me 10000 chilometri, avrà un po' più senso se rimarrà fissata in un'immagine, se diverrà il piccolo simbolo di una piccola lotta, se permetterà a qualcuno di ricordarsi il vecchio adagio del Che:

"
Non credo che siamo stretti parenti, ma se Lei è capace di tremare d'indignazione ogni qualvolta si commetta un'ingiustizia nel mondo, siamo compagni, il che è più importante."

Chi erano dunque i miei compagni di viaggio? Ed ero io il mio compagno di viaggio?
O troppo perso negli occhi di quella ragazza misteriosa non feci altro che scattare le foto?
Mi chiedo spesso se è vero che un momento come quello a cui stavo assistendo può cambiarti, se lo sguardo di un anziano che supplica ascolto sia solo un attimo o se invece, più probabilmente è un altra mattonella per quella strada verso l'ignoto, una mattonella da cui raccattare, con ligio dovere i più minuti tesori, come i particolari in grado di renderti un'immagine ancora viva nel cuore e nell'anima.




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29 marzo 2008

Viaggio in Cina->Animali

Il desiderio di un "rude convegno con la natura, con il cosmo intero" è ciò che ogni giorno mi fa uscire  boccheggiante di casa, termine con cui il mio ego blasé individua, oramai da 6 mesi (!!) l'appartamento di Udine. Ho già descritto (formula molto ironica e riduttivista che tende più ad incentivare che a definire una finitezza) sull'altro blog cosa significa risalire ogni settimana le valli della Carnia, come le montagne arrestino il flusso di pensieri, lo sguardo all'orizzonte infinito, consentendogli di fissarsi sulla bellezza del presente.
Ad ogni modo, sono stato in grado di costruire un legame con la natura, seppur meno forte, anche nella "metropoli" degli alieni, delle ragazze copertina e dei perdigiorno del Sanfra.
Questo si esplica fondamentalmente con i lunghi dialoghi tra me e gli uccelli di ogni genere, disseminati tra i canali e gli alberi ancora canuti di Piazza Primo Maggio.
Le anatre sono tra gli esseri più belli e caratterialmente diversi che abbia mai incontrato. Rapportarsi con la coppia accanto allo Stellini ad esempio, è alquanto facile... il petto del maschio è marrone chiaro, come il tronco di un albero esotico, ma una variazione rispetto agli esemplari da tavola enciclopedica (e da tavola gastronimica purtroppo), gli ha consentito di portare queste penne beige come una gradevole sciarpa, facendo risaltare ancora di più le penne azzurre celate tra le ali (che colore toccante). la sua compagna ha le palme consumate e sporche come l'acqua morta in cui abitano, ma il collier di penne variopinte sul petto la invoglia probabilmente ad essere amichevole e ben poco imbarazzata con i Classici visitatori, probabilmente più quieti della popolazione scolastica media.
Tutte queste riflessioni, le poesie e le filastrocche sui piccioni e sulle rondini (che spariranno dal tetto, inseguite solo dal detto "una rondine non fa primavera" ma ora più presto cala la sera), l'amicizia con Monia e Vania le animaliste convinte mi hanno proiettato di nuovo in quel vasto mondo di cui ho conservato solo qualche breve frammento.

In Cina gli animali sono innanzitutto cibo. Tuttora non condivido la sviolinata uggiolante partita dalla mia corriera mentre percorrevamo le lerce vie di Shanghai, alla vista di un cane trascinato per una zampa probabilmente verso un patibolo. Osserviamo le cose dal loro punto di vista.
Due settimane fa ho letto su di un articolo di Internazionale che una grossa fetta del denaro cinese viene reinvestito negli Stati Uniti e non condiviso con la popolazione...
Percorrete quelle vie e sentirete cosa significa "aria troppo ispirata", fogne a cielo aperto, frittura in olio irrancidito in cui sfrigolano allagramente spiedini amorfi (questi ultimi due aromi li ho di nuovo avvertiti a Budapest qualche giorno fa, ma questa è un'altra storia).

Proprio fuori dal giardino in cui avevo elaborato il mio disprezzo per la classe dei turisti trovai questo primo prototipo di animale domestico:



Lasciato scorazzare nella zona antistante al negozio ha sicuramente avuto un trattamento diverso rispetto ai cagnolini minuscoli e bianchi che vidi un giorno trasportati in un cestello da bicicletta.

Ritorno ancora al Mercato Tradizionale, tra le teste di pesce, i cervelli di scimmia, i granchi spauriti nelle bacinelle, i gamberetti, i pesci dall'occhio orizzontale a succhiare ossigeno e fissarmi dal sottile specchio d'acqua, mentre questo rifletteva i frenetici gesti di contrattazione, le galline squartate a cielo aperto davanti agli occhi delle loro sorelle, carne appesa a ganci arrugginiti o distesa su polverosi banconi o direttamente su un panno sul marciapiede.




















Eppure davanti a tutto questo, non ricordo di aver provato dolore, compassione o ribrezzo. L'idea di essere in un altro mondo, dove non valgono le regole di casa, l'idea di astrazione che ho provato in quei brevi minuti era tale che nemmeno i più lamentevoli discorsi dei friulani avrebbero potuto staccarmi da tutto quello. Era come se per me fosse più facile assistere alla sofferenza e al supplizio a 10000 chilometri da casa, piuttosto che andare ad aiutare a macellare il porco a 200 metri dal mio giardino.
Una delle cose che provano più spesso i viaggiatori (non i turisti, eh) è l'assoluta accettazione di ciò che non appartiene alla nostra cultura o meglio, la sua relativa giustificazione.
E' come se vagassimo per il mondo a ricomporre i pezzi di una coscienza più ampia e scoprissimo che in fondo ciò che pensavamo non ci appartenesse in realtà può essere elemento di discussione.
In tal modo una pratica selvaggia come quella alla quale stavo assistendo, mentre all'ennesima gallina veniva asportata la testa, ed io immaginavo l'adrenalina scorrere nel suo sangue rendendo la carne tossica, diveniva qualcosa che stavo condividendo.
Non era l'esotismo, non era l'osservare un diorama attraverso il vetro di un museo naturale, era piuttosto lo sguardo del passante frastornato, per il quale le gocce di sangue sulla tela, i sorrisi storti dei venditori non sono altro che frammenti di scenario, attimi di vita.
E con la stessa attenzione, con la stessa leggerezza pensosa priva di giudizio, di disprezzo, con cui osservavo le bestie contorcersi nell'ultimo spasmo, allo stesso modo guardo le loro piume fremere nella brezza... il loro agitarsi pieno di vita...paese che vai persona che sei insomma...
Con questa lezione in corpo mi apprestavo a mandare all'aria propositi missionari in nome di una ragazza, di cui in seguito si vedrà la storia.


Per finire come ho iniziato, una storia per coloro che si sentono ancora romantici.

Le Anatre Mandarine (ne potete vedere una sopra) al primo accoppiamento rimangono assieme per tutta la vita, come molte specie avicole in cui prevale la monogamia o la poliandria. Migrano assieme, si nutrono assieme, non si abbandonano mai, tanto da essere divenute il simbolo della fedeltà.

La mandarina era un tempo largamente diffusa in Cina, Giappone e Russia ma negli ultimi due secoli è stata minacciata dall'esportazione su larga scala e alla distruzione delle foreste dove viveva. La popolazione attuale cinese e russa raggiunge probabilmente 1000 coppie, mentre quella giapponese 5000 coppie. La presenza nei paesi europei è dovuta alla sua introduzione per scopi ornamentali verso il XVIII secolo

La colorazione del piumaggio nel maschio, presenta un vivace colore arancione sia nelle piume scapolari che lungo il collo, formanti una grande giorgiera allargata sui lati. Il capo è sormontato da numerose piume rosse e verdi con una fascia bianca ad arco che prosegue lungo il collo; possiede un piccolo becco dal colore rosso vivo. Il petto è blu cangiante, i fianchi sono beige sfumati nel bianco; la coda è appuntita, verde e bianca. Sulle ali fa bella mostra di se una grande piuma color terra di siena, a losanga. La femmina presenta una livrea grigio bruna, con una linea bianca sotto la gola e in prossimità dell'occhio, i fianchi e il pento puntellati di bianco, le ali scure.

Alla morte di un'anatra, l'altra muore entro 24 ore. E nemmeno con tutta la scienza del mondo si può salvare l'anatra rimasta sola. Hanno fatto ricerche, lunghi convegni in cui si sono sprecate parole e risme di carta, ma niente da fare... le anatre continuano a morire di crepacuore in 24 ore...




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23 dicembre 2007

Viaggio in Cina-> Il Vagabondo di Suzhou

Andate in Cina e sarà molto difficile trovare un ragazzo con i capelli lunghi, oserei dire impossibile. Per questo potete immaginare gli sguardi interrogativi quando i primi ad uscire dalla corriera ogni volta che c'era un accoglienza ufficiale in qualche scuola sparsa per la provincia i primi a scendere erano i tre Hippie, ormai entrati nel cuore di tutti in seguito alla loro famosa esibizione del Cowboy Piero nell'ennesimo Giardino/Piantagione.

Ricordo di aver visto un solo individuo con dei capelli abbastanza lunghi, uno sconsolato barbone in camicia e giacca, con l'aria che da queste parti avremmo dato a qualche EMO o magari ad un Dark. Eppure i suoi occhi non avevano proprio nulla a che fare col vizio o col vizioso... stava lì in mezzo al grande marciapiede, scalzo, zoppicante e un po' perso...
Con quel vestito così paradossale sembrava un angelo caduto, Siddharta, San Francesco, Bruce Chatwin... l'uomo che si è spogliato della sua ricchezza: "Voglio vivere solo come un cane, rovistando fra le immondizie della vita".

E nel mentre pochi metri più in alto temerari lavavetri ripulivano la vetrina di un McDonalds che tanto lucente non era, loro sì proletari, loro sì piegati alle multinazionali, o forse alla vita... E' forse vero che i sottoproletari sono più liberi dei proletari?
I neon esplodevano di una gioia fittizia, mentre ragazzine scivolavano fuori da un sottopassaggio in cui, con un po' di fantasia ci si era inventati lo spazio per dieci negozietti succhia soldi: catenine, anelli, frittelle, vestiti... tutte cose per cui non c'è alcuna necessità di guardare le etichette, sono proprio fatte in Cina.

Questa scena mi è tornata alla mente l'altro giorno, quando i miei genitori mi hanno accompagnato al Città Fiera all'H&M, un negozio di vestiti che definirei para-Bernardi... i grandi magazzini sì che si dividono a caste, come i cittadini di Suzhou... ci sono quelli proletari, quelli piccolo-borghesi e medio-borghesi... agli interessati il compito di fare classifiche... ultimamente sono un po' restio a comprare vestiti nuovi, il mio luogo di fiducia a Udine è un posticino con un odore stantio tutto particolare, le balle di vestiti hanno viaggiato in lungo e in largo e i pantaloni strappati mentre ti si appigliano alla pelle reclamando un acquisto ti sussurrano dei posti che hanno visto... sono come degli orfani che siano stati trascinati in camion senza luce, di qua e di là, indesiderati da tutti... e ti guardano dai lunghi strappi... la cassiera ti sussurra un prezzo accessibile anche per un universitario indipendente... e non puoi dire di no.
Ma sto divagando:
giunto in questo luogo affollato che doveva rivelarsi il mio regalo di Natale, ma possiamo anche usare il plurale, spinto dai miei genitori ho iniziato a cercare qualcosa da comprare... perchè va bene essere contro gli acquisti, il consumismo ecc. ecc. ma quando ti fanno un regalo devi accettarlo con umiltà ed allegria. Però ho scelto un criterio tutto mio per scegliere: solo vestiti fatti in Turchia, niente Cina, niente Cambogia, niente Bangladesh...
E così mentre mia mamma continuava a consigliarmi orribili abiti io tastavo l'interno degli abiti e compievo la mia scelta... una cernita molto rapida...
Prezzo finale: 84 Euro... 84 EURO!!! Ma siamo pazzi?? Avrei potuto tirare avanti con i miei vestiti per lungo a venire e loro spendono così tanto... è stata una cosa che ho sopportato solo perchè era un regalo...
Ad ogni modo... alla cassa mia madre si è iniziata a lamentare perchè le parevo troppo trasandato, i capelli spettinati, l'aria assopita, le scarpe disfatte... una trentenne, tutta arzilla con il suo nuovo acquisto in mano le ha detto: "Oggi sono tutti impomatati, lui invece è tranquillo!"
Va detto che ero reduce da qualche giorno di convalescenza per via di una caduta con uno scooter e per questo non avevo potuto curare molto il mio aspetto... cosa che probabilmente non avrei fatto comunque.
Usciti dal negozio abbiamo fatto un altro giretto... in questi giorni zoppico parecchio suscitando l'ilarità di ragazzi e ragazze, ma anche quella di mio padre... in fondo me la sono voluta... a volte fa bene perdere un po' di dignità, ve l'assicuro. "Sentirsi come un mozzicone di sigaretta assopito tra 2 pezzi di porfido" scrissi sull'altro blog.
Mentre passeggiavamo una commessa supplementare mi ha indicato alla sua collega... "guarda quello: Ubriaco Fradicio"... io non l'avevo sentita, me l'ha detto mia mamma, che notoriamente si vergogna del mio aspetto e io l'ho sommersa con una grassa risata.
Una risata più accennata fu quella che nacque dai miei compagni d'avventure, migliaia di chilometri e minuti prima, quando mi dissero "Mistico, forse un giorno diventerai come quel vagabondo!"
E a dirla tutta... non me ne vergognerei affatto.




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19 dicembre 2007

Viaggio in Cina -> Suzhou (terza parte)

"Perchè?", mi domandai, Per quale motivo non sopportare i turisti, persone così interessanti dagli occhi selvaggi, nuovi e da scopire... perchè?

Ero già in quel momento vittima di una malattia che avrebbe dato i suoi effetti più devastanti solo qualche giorno dopo... il mio sguardo non andava agli attimi di splendore vissuti, oh no... il mio sguardo andava a cercare una personcina già in quel momento in grado di controllarmi.

Eppure non me ne rendevo conto ed elaboravo in cuor mio, con la stessa capacità con cui riusciamo ad attribuire un malessere non ad una nostra recalcitante indisposizione intestinale quanto piuttosto alla presenza di una persona a noi sgradevole, l'equivalente di un manifesto contro alla torma vociante che mi circondava.

Pensai che per consentire lo sguardo del fanciullo, superando le barriere romantiche, proustiane e pascoliane, per impedire che una scarica di improperi uscisse dalle mie labbra sotto forma di pseudo-poesia, per, insomma osservare il momento in quanto tale, senza timore di doverlo descrivere per paura che scappi... per conversare con le anatre e vivere per ore ed ore, come avrebbe vissuto Tagore... pensai che fosse necessario il silenzio. Non quello dell'anima, contraddittorio, incomprensibile, mistico... ma il semplice silenzio della relativa solitudine.

Turisti... la piaga dei miei viaggi... anch'essi con il loro desiderio di scattare attimi per non perderli, fissarli e ucciderli, per poi mostrarli come un trofeo le sere, durante le cene con gli amici...

Non comprendevo... l'obiettivo era godersi ciò che si aveva nel presente, la realtà era invece un continuo proiettarsi nel futuro.

Comunque uscii dal Giardino un po' deluso... non era questa la Cina di cui avevo bisogno!






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permalink | inviato da PiccoloSatyagraha il 19/12/2007 alle 16:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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